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Quando da Torino si percorre la strada per le valli di Lanzo,
l'attenzione non può non essere catturata da un muro di cinta che per un
interminabile tratto corre accanto alla strada statale: si tratta della
lunga recinzione (36 chilometri)
con la quale il re Vittorio Emanuele II cercò di difendere quella che oggi
definiremmo la propria privacy all'interno di una delle sue residenze
preferite.
Con la spesa considerevole di ben un milione di lire del tempo, egli volle
isolare dal mondo esterno un'area di circa
3000 ettari
, regno all'interno del suo regno ove coltivare le sue passioni più grandi:
la caccia e l'amore per Rosa Vercellana, la celebre Bela Rosin.
La creazione della riserva di caccia con una "modesta"
residenza reale appartata (il castello della Mandria con appartamenti
riservati al re ed alla sua amata costituiti soltanto, si fa per dire, da 14
stanze) intimamente collegata alla già esistente reggia di Venaria
(risalente al XVII sec.) fu la fortuna di quest'angolo di alta pianura: cosí
come la passione venatoria del sovrano fu la causa della salvaguardia della
fauna di zone montane oggi riconosciute di grande valore ambientale
(intendiamo ovviamente le vallate del Gran Paradiso e la riserva di caccia
di Entracque-Valdieri divenute entrambe Parco anche se in tempi diversi),
per lo stesso motivo uno degli ultimi esempi di boschi planiziali è giunto
fino a noi risparmiato dalla lenta ma inesorabile antropizzazione del
territorio che ha caratterizzato il '900.
Oggi sono inclusi nell'area protetta
6541 ettari
(di cui 1760 appartenenti alla Regione), compresa una fascia di preparco,
esterna al muro di cinta, ove sono permesse alcune attività; nella zona
sottoposta a tutela pare verranno realizzate strutture per la favorire la
visita al parco, come un centro visita con informazioni sull'ambiente e
sulla natura del luogo, un erbario, strutture di accoglienza in generale e
recinti per la visione didattica di alcuni animali, come ad esempio i cervi.
I motivi per trascorrere una giornata alla Mandria, o con la
famiglia o con gli amici o con una gita scolastica, sono innumerevoli ma
sicuramente di due tipi: se da una parte la ricchezza dell'ambiente stimola
forti interessi naturalistici, dall'altra l'intima connessione tra questo
territorio adagiato da una parte ai piedi delle Alpi e dall'altra a ridosso
della capitale sabauda evoca tanti e tali momenti della storia del Piemonte
e d'Italia da costituire un'attrattiva ricca di suggestioni forti anche per
coloro che sono più portati a coltivare interessi storici.
La Mandria
fu infatti la dimora preferita da Vittorio Emanuele II, perchè residenza
reale ma al tempo stesso casa di caccia, lontano dai
"rompiscatole" e dall'etichetta di corte e dai pranzi troppo
raffinati, un luogo dove finalmente si potevano mangiare i "tajarin"
! Inutile nascondere che
La Mandria
era anche un vero e proprio rifugio d'amore, dove il re poteva vivere con
la Bela Rosin
, lontano dai mugugni di Camillo Benso conte di Cavour.
La relazione con Rosina
era iniziata quando il monarca era ancora sposato con Maria Adelaide
d'Asburgo Lorena, a cui molti attribuiscono il merito di avere sempre
taciuto sulla relazione clandestina, donna che diede al re 5 figli (tra cui
il futuro sovrano Umberto I) e che se ne andò a soli 31 anni, una figura
poco nota ma in un certo senso ammirevole per il suo sacrificio.
Dopo la morte della consorte, il legame con
la Bela Rosin
fu ufficializzato e la dimora regale divenne proprio
la Mandria. E'
tra le sue mura che le sorti del Piemonte e dell'Italia in fasce vennero più
volte decise dalle rapide visite di Cavour (sempre ostile alla relazione
giudicata "sconveniente") e di Urbano Rattazzi.
La coppia reale lascierà il castello quando la capitale verrà
trasferita prima a Firenze e poi a Roma, per tornarvi comunque sempre quando
gli impegni lo consentivano. La
morte colse tuttavia improvvisamente Vittorio Umanuele II nel 1878, dopo una
breve malattia (una broncopolmonite);
la Bela Rosin
cadde in disgrazia e fu costretta da Umberto I
ad abbandonare la residenza: il tragico evento e le sue conseguenze
posero fine all'intimo rapporto tra la storia sabauda e
La Mandria.
Oggi
tutti possono godere di quello che fu un tempo un privilegio solo regale,
essendo l'accesso al parco della reggia, divenuto Parco Naturale, consentito
a tutti; molti sono i modi di effettuare una visita: si può passeggiare per
stradine e viottoli o pedalare lungo gli sterrati che attraversano in lungo
e in largo il territorio protetto, magari affittando un velocipede in loco,
superando le modestissime pendenze che risalgono dal piano al terrazzo
alluvionale formatosi nella parte setttentrionale circa 200 mila anni fa,
durante una fase interglaciale. Si
può anche cavalcare, rivivendo forse nel modo migliore le atmosfere
ottocentesche oppure partecipare alle visite guidate con i guardiaparco,
talvolta notturne per meglio osservare la fauna.
Quest'ultima è infatti ricca ed interessante, anche se il suo elemento di
spicco è rappresentato soprattutto dal cervo.
I discendenti dei Wapiti nordamericani qui giunti nel 1864 per
migliorare qualitativamente la specie, sono oggi presenti in 250 esemplari
circa: il numero pare rappresentare in un certo senso un valore fisso legato
intimamente al territorio, anche se qualcuno ritiene che un centinaio di
esemplari sarebbe una popolazione più opportuna per
La Mandria
; infatti il cervo ha un impatto non trascurabile sulla vegetazione del
bosco: una sua presenza eccessiva rischierebbe di apportare danni gravi al
patrimonio forestale, avendo i fieri quadrupedi l'abitudine sia di brucare i
germogli fino a
2 metri
di altezza che di sfregare i grandi palchi contro la corteccia degli alberi,
rovinandola inesorabilmente.
Ai bramiti lanciati dai cervi maschi nella stagione degli amori
(principalmente Settembre), si aggiungono molti altri suoni ad arricchire la
sinfonia della foresta planiziale: i sordi grugniti dei cinghiali, tanto
temuti dagli agricoltori per i danni che sono in grado di apportare alle
coltivazioni ma animali di fatto capaci di vivere in armonia con il bosco, i
canti cupi dei rapaci notturni e quelli armoniosi dell'usignolo e del merlo,
il tenue cinguettare del pettirosso.
La fauna tipica delle foreste centroeuropee è completata da volpi,
donnole, faine e da alcuni daini mentre appare del tutto esotica la presenza
di gabbiani e cormorani nelle zone umide (alcuni specchi d'acqua, tra cui il
suggestivo lago del Castello Bonomi-Bolchini
e vari corsi d'acqua naturali e artificiali, per una lunghezza
complessiva di circa
70 km
) che rendono vario il paesaggio della Mandria; gli uccelli marini giungono
in questi luoghi ormai da anni, come sulle aste fluviali di diversi fiumi
piemontesi: la loro presenza non è in verità molto gradita poichè,
essendo grandi divoratori di pesce, sono potenzialmente in grado di
influenzare negativamente gli equilibri biologici degli ambienti acquatici.
Se gli animali non sempre si possono incontrare con facilità,
certamente di più facile osservazione è la flora del Parco.
La Mandria
rappresenta un prezioso esempio della vauda, il bosco planiziale padano che
occupava la pianura prima che le attività umane, specialmente con l'inizio
del Medioevo, lo confinassero
sempre di più fino a ridurlo ad alcuni sparuti lembi isolati.
In Piemonte esistono soltanto pochi luoghi ove la foresta che
incontrarono i Romani nella sua marcia verso le Gallie può ancora essere
osservata:
La Mandria
, appunto, insieme al Bosco della Partecipanza di Trino Vercellese e ad
alcuni reconditi angoli sulle colline, come il Bosco di Fubine nel
Monferrato tra Alessandria e Casale ........ e oggi interessanti progetti di
rimboschimento mirano a rinaturalizzare le zone disboscate nella prima metà
del secolo, con fine di ampliare e consolidare un patrimonio naturale di
indubbio valore ambientale. In
alcune zone all'interno della riserva reale (ad esempio al Pian Costera
e nella regione delle Terre Rosse a Pian Cuminetti) il bosco è
ancora perfettamente integro, a quercia (quercus robur o farnia e quercus
petrea) e carpino bianco.
Il patrimonio forestale è arricchito anche da frassini, ciliegi selvatici
ed ontani neri, mentre meno frequente è la presenza delle cortecce bianche
della betulla e degli alberelli di maggiociondolo, dalle solari fioriture
primaverili. Tipica nel
sottobosco la presenza del brugo, che quasi raccorda paesaggisticamente
questo ambiente con il sottobosco montano di quelle Alpi che riempono con le
loro forme eleganti gli sfondi della foresta.
Claudio
Trova
(da "La Piazza", mensile della provincia di Cuneo)
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